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I tagli alla sanità non fanno bene alla crisi. Spesa sanitaria e sviluppo economico
Articolo di Carla Collicelli-Vice Direttore della Fondazione Censis
Nella stagione del federalismo sanitario e dei Piani di rientro per le regioni con forti disavanzi, non passa giorno in cui non si accusi la spesa sanitaria di costituire la principale fonte del deficit pubblico,e di conseguenza uno dei fattori di aggravamento della crisi economica in corso. Anche nei giorni scorsi non sono mancate dichiarazioni, anche autorevoli, sulla necessità di prevedere nella manovra di spesa pubblica il taglio degli sprechi in sanità o di alcune sue voci di spesa (come sempre la farmaceutica), cui si sono affiancati altrettanto autorevoli pareri in merito alla inopportunità di interventi che vadano a toccare la salute dei cittadini. Certo la suscettibilità sociale rispetto ad azioni che vadano ad incidere sulla disponibilità di cure e servizi sanitari è grande, soprattutto in periodi di crisi, e ciò che preoccupa di più gli italiani è proprio il benessere individuale e dei propri cari, considerato che il 71% indica, come principale effetto della recente tempesta finanziaria, la paura di non riuscire a mantenere il proprio tenore di vita e, a seguire, il 62% teme di non poter fare più fronte, come prima, alle esigenze di cura personali o di un famigliare. Ma al di là del sentimento delle persone, nulla o quasi nulla viene fatto per capire se la sanità e le sue spese siano da considerare davvero solo un peso per la collettività ed un elemento aggravante per la crisi, e non un fattore che contribuisce allo sviluppo ed al rilancio economico. Basti pensare che i complessi apparati messi in campo dalle regioni e dal Ministero della Salute negli ultimi anni per valutare i servizi sanitari regionali considerano, secondo un recente studio del Cergas-Bocconi, solo molto raramente l'impatto del settore sull'indotto e sull'economia nel suo complesso.

In realtà gli studi internazionali, ed anche qualche raro e poco citato studio italiano, dimostrano che, a guardare le cose in un'ottica più ampia e di lungo periodo, il contributo della sanità all'economia è positivo e non di poco conto. Analisi statunitensi, ad esempio del prof. Reinhardt della Princeton University, valutano il contributo degli investimenti in sanità al valore aggiunto Usa molto superiore a quello degli investimenti in altri settori, come quello immobiliare. Anche nel Regno Unito esistono stime accreditate che segnalano come nel lungo periodo la sanità e la sua spesa incidano positivamente e con valori elevati sullo sviluppo economico. Calcoli prodotti in Francia parlano di un rapporto diretto e positivo tra anni di vita guadagnati e crescita del Pil di quel paese. In ambito italiano, uno studio del Censis di qualche anno fa stimava l'apporto della automedicazione, e cioè delle cure sintomatiche di piccoli e medi malanni, al prodotto italiano del 2,2%, grazie alla riduzione delle assenze dal lavoro. Più recentemente la ricerca, promossa da Farmafactoring e presentata a Roma pochi giorni fa ha dimostrato, attraverso l'analisi a cura del Cer-Nib, che un aumento di un punto percentuale della spesa sanitaria in termini reali porta ad una crescita di 0,26 punti di Pil, valore peraltro in linea con quelli stimati in altri paesi dell'area Ocse.

Occorre allora domandarsi perché l'attenzione degli amministratori in primo luogo, ma anche quella di molti osservatori politici ed economici, tenda a sottovalutare questi aspetti di impatto più solido e di lungo termine sullo sviluppo e sull'economia. Certo è comprensibile che una società preoccupata per il clima di ristagno ed i troppo timidi segnali di ripresa dopo la crisi, tenda a rimanere avviluppata nella retorica del declino e della paura, e a non accorgersi del valore positivo di molti investimenti anche sociali. Ed è altrettanto comprensibile che si ingeneri, soprattutto in chi deve governare la spesa, preoccupazione per la crescita dei costi della sanità pubblica, in discreta parte dovuta al travaso di prestazioni da quelle private, a pagamento diretto da parte dei cittadini, a quelle pubbliche e gratuite. Negli ultimi mesi si segnalano in effetti sia l'aumento delle prestazioni sanitarie pubbliche, anche a costo di disagi e tempi di attesa più lunghi, che il rinvio di quelle private, soprattutto se non urgenti: secondo dati Censis quasi il 18% degli italiani ha rinunciato a una o più prestazioni sanitarie a pagamento, quasi il 21% ha ridotto l'acquisto di farmaci pagati di tasca propria ed il 7% ha dovuto fare a meno della badante, per sé o per un familiare, a causa della crisi. Il benessere e la salute sono infatti aree rispetto alle quali si determinano, in momenti di difficoltà economica, veri e propri comportamenti "anticiclici", cioè di reazione alla crisi con consumi maggiorati, invece che ridotti, ma anche con una attenzione maggiore agli spazi della gratuità o ai meccanismi di low cost, diffusi ormai anche nell'ambito dei servizi e dei consumi sociali.

Le preoccupazioni per questi elementi contingenti non dovrebbero però offuscare la visione rispetto a strategie di più lunga gittata e di maggiore peso economico complessivo. Anche quando si sente dire che il peggio deve ancora venire, si pensa sempre solo al peggioramento ulteriore degli indici economici più noti, dall'occupazione, ai consumi, al credito, alle esportazioni, ma non ci si interroga mai su quanta parte dell'eventuale peggioramento sia da ascrivere ad una non adeguata considerazione dei fattori non economici e del loro impatto sullo sviluppo. Come ha scritto molto saggiamente Zigmund Baumann, "la crisi che viviamo è l'interregno tra il vecchio che sta morendo e il nuovo che non è ancora nato", il che dovrebbe consigliarci una riflessione più attenta sulle dimensioni non economiche che influenzano l'economia ed i mercati. La crisi infatti rimanda, ad un esame non superficiale, sia per le sue cause che per i suoi rimedi, allo sgretolamento dell'assetto generale dello stato sociale e del modello di benessere delle società occidentali. Come sostiene un altro osservatore, questa volta italiano, non superficiale, Stefano Zamagni, si tratta più di una "crisi entropica, cioè di senso e di indirizzo, che di una crisi dialettica, cioè di contrapposizione tra interessi". Ciò dovrebbe indurci a guardare alla sanità in modo diverso, come uno dei filoni di quella economia concreta dai quali ripartire per creare valore reale ed opportunità nuove di crescita e di occupazione. Ed è interessante notare come i propositi di riforma sanitaria della amministrazione statunitense in termini di ampliamento dei livelli di tutela siano stati motivati, oltre che attraverso argomentazioni etiche, anche con il riferimento all'impatto positivo sul sistema economico.

 

 
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