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Stili di vita e cultura del bere in Italia

Così come scrive Carla Collicelli, Vice Direttore della Fondazione Censis, nel suo saggio “Stili di vita e cultura del bere in Italia” (in Salute e società. I giovani e l’alcool: consumi, abusi, politiche, Anno IX – Supplemento al n. 3/2010, Franco Angeli), gli stili di vita, e in particolare quelli relativi ai consumi alimentari e delle bevande, sono soggetti a un’evoluzione che rispecchia i più generali cambiamenti sociali.

Negli ultimi anni, infatti, l’Italia si è trovata a confrontarsi, in questo specifico ambito, con trend contraddittori che vedono il diffondersi, da un lato, dell’importanza di stili di vita salutari ed in particolare di una corretta alimentazione e, dall’altro, quello di consumi rischiosi per la salute, sia nell’alimentazione, che con le bevande, i farmaci e le sostanze psicoattive, per lo più collegati alla diffusione della cultura del tempo libero e della socialità.
Aspetto caratteristico dell’evoluzione dei consumi alimentari e del bere nel periodo più recente è l’importanza della dimensione relazionale e sociale che questi consumi sempre più hanno assunto, che conferma la valenza rituale e simbolica che hanno sempre avuto nella storia, ma con delle accentuazioni di tipo nuovo. In particolare, spicca l’esempio del fenomeno dell’Happy Hour, l’aperitivo consumato in un locale pubblico confortevole, insieme agli amici, diventato per larghi strati della popolazione giovanile italiana e mondiale un forte momento di aggregazione sociale.
La diffusione dell’Happy Hour è solo un esempio dell’evoluzione dei consumi alimentari, che si accompagna ad una serie di altri fenomeni sociali legati alla cultura del bere, come: la riduzione generale del consumo dell’alcool, soprattutto di vino; l’aumento della platea dei consumatori, specie di quelli moderati; lo spostamento degli equilibri tra diverse bevande alcoliche, con aumento della birra e degli aperitivi; la riduzione del numero dei “grandi consumatori” tra gli uomini adulti (-1,7% per 4 e più unità alcoliche quotidiane tra 2005 e 2007); la crescita dei consumi di qualità e del “buon bere”, specie nei ceti più acculturati, nei giovani e nelle donne.
Ciò corrisponde per molti versi alla permanenza in Italia di quella connotazione culturale che è stata definita di “società bagnata”, tipica dei Paesi del Mediterraneo, caratterizzata da un consumo regolare, moderato e durante i pasti, legato ad una ritualità conviviale socialmente accettata, contrapposta alla cosiddetta “cultura asciutta” dei Paesi del nord Europa, caratterizzata da un modello di consumo di alcool più rarefatto nel tempo e collocato specie fuori-pasto e nei week-end, con frequenza di eccessi di tipo trasgressivo, specie il sabato sera, e con maggiore consumo di birra e superalcolici (consumo esplicitamente finalizzato all’ubriacatura, il cosiddetto binge drinking).
Si rilevano una serie di situazioni a forte preoccupazione sociale, dal cosiddetto “sballo del sabato sera” alla guida in stato di ebbrezza, alla crescita diffusa nei confronti degli eccessi saltuari; più in particolare, le situazioni a rischio maggiormente evidenti si rispecchiano nei seguenti dati: l’8,6% degli uomini che consumano 4 o più unità alcoliche ogni giorno; il 15,7% degli uomini e il 4,2% delle donne che hanno un consumo non moderato (rispettivamente 2-3 unità alcoliche e 1-2); il 3,5% dei minorenni maschi e lo 0,9% delle minorenni tra 11 e 17 anni che hanno un consumo non moderato; i 16.150 incidenti e 721 morti nelle notti del venerdì e del sabato in strada, spesso legate a un consumo eccedentario di alcool, del 10,8% (13,1% degli uomini e 3,1% delle donne) che hanno assunto 6 o più bicchieri in una occasione almeno una volta nell’anno e dell’1% dei giovani tra 15 e 19 anni che si sono ubriacati almeno una volta nell’anno.
Le ricerche mostrano come tutto ciò sia riconducibile in larga parte a fenomeni diffusi di disagio e disadattamento sociale che si tende a sottovalutare, ed all’indebolimento dei legami comunitari e delle forme di controllo diffuso; basti pensare alla sindrome da debolezza identitaria degli adolescenti e di molti giovani, legata alle carenze nella trasmissione intergenerazionale dei valori, che spinge verso la ricerca di riscatto e di identità in forme di sfida e trasgressione; alle forme di isolamento sociale e lavorativo, che colpiscono in particolare casalinghe, pensionati, lavoratori prematuramente espulsi, disoccupati; al disagio di molti immigrati, dovuto all’abbandono forzato dei propri contesti di origine; alla precarietà sociale e lavorativa; alla amplificazione, ad opera dei mezzi di comunicazione di massa, di stili di vita e di comportamenti di consumo a rischio; all’indebolimento dei fattori di protezione spontanea che la società italiana possiede, e cioè della famiglia, della scuola, del controllo sociale diffuso, dei modelli positivi di riferimento, della cultura della qualità degli alimenti e delle bevande.
Occorrerebbe una maggiore consapevolezza del rischio connesso al consumo delle bevande alcoliche nella popolazione generale (e in alcune fasce di popolazione in particolare) ed accanto a ciò un maggiore supporto alle politiche di salute pubblica finalizzate alla prevenzione del danno alcol-correlato.

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