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LE DONNE ITALIANE E LA PREVENZIONE DELL’HPV

La conoscenza delle patologie da Papillomavirus umano e la propensione alla vaccinazione

Il 3 novembre 2011 è stata presentata a Roma, presso Palazzo Marini, la ricerca “Le donne italiane e la prevenzione dell’Hpv”, da Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, e Ketty Vaccaro, responsabile del settore Welfare del Censis, con la partecipazione di Giovanni Rezza, Direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell'Istituto Superiore di Sanità.

Al momento la quota di bambine, ragazze e donne italiane fino a 55 anni che hanno effettuato il vaccino è pari complessivamente al 7,2%. Il dato è molto variabile a seconda dell’età e rispecchia le scelte sull’accesso gratuito alla vaccinazione per le 11enni compiute a livello nazionale e regionale. Risulta vaccinato il 62,2% delle 14enni (cioè le ragazze che avevano 11 anni nel 2008, anno dell’avvio effettivo delle campagne vaccinali). La quota decresce tra le attuali 13enni (59,9%) e 12enni (54,3%), segnalando così una flessione nel tempo delle adesioni alle campagne di vaccinazione gratuita. Scarsa è invece la diffusione della vaccinazione tra le donne adulte e al di fuori del regime di gratuità: la quota delle donne di 18 anni e oltre vaccinate è pari appena al 2,9%. E’ quanto emerge dalla ricerca del Censis che ha coinvolto un campione nazionale di 3.500 donne dai 18 ai 55 anni.
L’80% dichiara di sapere che cos’è l’Hpv (la percentuale è più elevata tra le donne più istruite, residenti nel Centro-Nord del Paese e tra le madri che hanno una figlia nella fascia d’età interessata dalle campagne pubbliche di vaccinazione); il 94% delle donne informate sa che l’Hpv è responsabile di diversi tumori, soprattutto di quello al collo dell’utero, mentre l’83% sa che può causare altre patologie dell’apparato genitale (tab. 1). Ma meno della metà collega il virus ai condilomi genitali e quasi il 70% ritiene erroneamente che colpisca solo le donne. Inoltre, prevale l’idea che il virus si diffonda solo mediante il rapporto sessuale completo (67,5%) e che pertanto l’uso del preservativo rappresenti una protezione sufficiente. Solo meno del 20% sa che non è possibile eliminare completamente i rischi di contagio quando si è sessualmente attivi.
Ben 4 donne su 5 sostengono che ci sia una scarsa chiarezza delle informazioni che circolano riguardo all’HPV e alla relativa vaccinazione e addirittura il 60% delle madri di ragazze vaccinate, donne cioè esposte al massimo livello ad informazione qualificata e mirata, ritiene che l’informazione sia complessivamente insufficiente.
Le principali fonti d’informazione sono i media: stampa e televisione vengono citate dal 30% circa delle donne.
Piuttosto marginale risulta il ruolo dei professionisti della salute, tra i quali prevale comunque il ginecologo (12%). Tuttavia, tra le madri che hanno fatto vaccinare le figlie dai 10 ai 15 anni emerge in modo netto il ruolo svolto dai servizi vaccinali delle Asl, che nel 62% dei casi hanno rappresentato la fonte d’informazione principale al momento della chiamata diretta per la proposta di vaccinazione.
La maggior parte delle donne italiane effettua con regolarità le visite ginecologiche (il 66,5% almeno una volta l’anno) e il Pap test (54%). Ma l’informazione sulla prevenzione del papillomavirus umano (Hpv), uno dei nemici della loro salute più subdoli e diffusi, resta ancora generica, parziale e superficiale.
Positiva è la valutazione delle campagne di vaccinazione gratuita, con un’ampia maggioranza delle rispondenti (80,6%) concorde nel sostenere che la gratuità andrebbe estesa anche alle ragazze più grandi, purché queste non abbiano ancora avuto rapporti sessuali. Un alto numero di consensi (78%) ha riguardato anche l’ipotesi di estendere la campagna vaccinale gratuita anche ai coetanei di sesso maschile.

Affinché la prevenzione dell’Hpv si realizzi in modo efficace, e si estenda alla popolazione femminile e maschile per cui esiste l’indicazione, anche attraverso l’accesso in regime di prezzo agevolato, è necessario un impegno ulteriore da parte delle istituzioni. Prima di tutto attraverso il potenziamento della funzione informativa che le italiane attribuiscono al Servizio sanitario nazionale. Il ruolo svolto in modo efficace dai servizi vaccinali delle Asl deve essere sviluppato ed esteso alle donne che non sono target della campagna gratuita. E non possono non essere coinvolti anche i medici curanti, dal ginecologo al pediatra, chiamati a svolgere il loro ruolo di guida esperta.

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